
A volte cominciamo una preghiera pensando di sapere esattamente ciò che vogliamo.
Poi passano i giorni.
La ripetiamo.
La domanda rimane.
E quasi senza accorgercene, qualcosa cambia.
Non necessariamente fuori di noi.
Dentro la preghiera.
All’inizio può esserci soltanto una richiesta:
«Signore, fa’ che questa cosa non accada.»
È una preghiera vera.
Poi ciò che temevamo può accadere lo stesso.
Oppure la situazione rimane sospesa così a lungo che la domanda prende un’altra forma:
«Signore, perché non fai niente?»
Anche questa è preghiera.
Dio non ha bisogno della nostra educazione religiosa.
Può ricevere perfino la nostra protesta.
Poi magari arriva una terza fase:
«Signore, non riesco più a cambiare questa realtà. Aiutami almeno a viverla.»
E più avanti:
«Signore, non lasciare che ciò che sto vivendo mi separi da Te.»
Non è un percorso obbligatorio.
La vita spirituale non segue diagrammi.
Ma accade spesso che la perseveranza modifichi lentamente il cuore della domanda.
Non perché smettiamo di desiderare.
Perché impariamo a desiderare più profondamente.
È una trasformazione delicata.
All’inizio vogliamo soprattutto che Dio sistemi la nostra vita.
Poi forse cominciamo a comprendere che il Vangelo non ci ha mai promesso una vita interamente sistemata.
Alcune storie rimangono incompiute quaggiù.
Alcuni legami vengono interrotti dalla morte.
Alcune risposte non arrivano.
Alcune ferite possono restare sensibili per anni.
La fede non deve fabbricare una guarigione narrativa per rendere accettabile tutto questo.
La sua promessa è più grande e anche più esigente:
questa vita non è tutto.
E proprio per questo la preghiera può arrivare a un punto radicale.
Non:
Dio, fammi ottenere tutto ciò che desidero prima di morire.
Ma:
«Dio, non permettere che io perda Te dentro ciò che non riesco a ottenere.»
Qui si incontra uno dei paradossi più profondi dell’affidamento.
Non controllo l’esito.
Non conosco il futuro.
Non so nemmeno se la ferita che porto smetterà un giorno di fare male nel modo in cui spero.
E tuttavia posso dire:
«So nelle mani di Chi sono.»
Non è fatalismo.
Il fatalista smette di chiedere.
Il cristiano continua.
Continua a cercare cure.
Continua a chiedere aiuto.
Continua a desiderare il bene.
Continua persino a domandare il miracolo.
Ma mentre lo fa, prova lentamente a non trasformare il miracolo nella condizione per continuare a credere.
È una libertà difficilissima.
Forse la preghiera più matura conserva due frasi insieme:
«Signore, desidero davvero questo.»
e
«Signore, mi affido a Te anche se non conosco il modo in cui risponderai.»
Nessuna delle due deve eliminare l’altra.
Senza la prima, rischieremmo una rassegnazione travestita da fede.
Senza la seconda, rischieremmo di trasformare Dio nel garante del nostro progetto.
L’affidamento cristiano vive fra queste due verità.
Chiede.
E consegna.
Desidera.
E lascia a Dio il mistero dell’esito.
Forse esistono momenti nei quali non riuscirai nemmeno ad arrivare a questo equilibrio.
Avrai soltanto la domanda.
Va bene.
Non è necessario possedere oggi tutta la fede di cui avrai bisogno domani.
Puoi bussare con ciò che hai.
Una frase.
Un Padre nostro detto distrattamente.
Un «Gesù, aiutami».
Una sera nella quale ti siedi davanti a Dio senza sapere più che cosa dirgli.
Il Signore non misura la tua preghiera dalla sua eleganza.
Forse la perseveranza consiste proprio nel tornare.
Ancora.
Con un cuore diverso da ieri.
Talvolta persino più povero.
E dopo molto tempo potresti accorgerti che continui a chiedere la stessa cosa, ma non sei più esattamente la stessa persona che l’aveva chiesta la prima volta.
La preghiera non ti ha insegnato che ciò che desideravi era inutile.
Ti ha insegnato che nemmeno la sua eventuale perdita può essere più grande di Dio.
Questo è il punto nel quale l’affidamento diventa quasi silenzio.
«Padre, io non so come finirà.
Non so cosa mi sarà restituito.
Non so quali domande resteranno aperte.
Ma se non posso possedere la risposta, custodisci almeno la mia relazione con Te.»
Forse è questa la cosa più grande che possiamo chiedere.
Non una vita nella quale nulla venga perduto.
Ma una vita nella quale, attraverso tutto ciò che possiamo perdere, non perdiamo Dio.
